PER APPROFONDIRE SUL TEMA

L'approccio dialogico
La dialogicità, come dicono Arnkil e Seikkula (2013), non è un metodo né un insieme di tecniche ma è un atteggiamento, un modo di vedere, che si basa sul riconoscere e sul rispettare l'alterità dell'altro e sull'andarle incontro. Tuttavia, come si sta facendo in diverse realtà internazionali, è comunque possibile descrivere e sperimentare, almeno in parte, alcune pratiche dialogiche e le loro tappe iniziali. Le esperienze nelle relazioni dialogiche rafforzeranno un atteggiamento dialogico, la cultura dialogica e spingeranno ad estendere reciprocamente i propri campi di attività.

Le pratiche dialogiche richiedono la “responsività” (la capacità di dare delle risposte pronte, sensibili, coscienti, consapevoli), non solo di seguire delle linee guida precostituite. Man mano che aumenta l'esperienza, la consapevolezza, le linee guida perderanno di importanza, per essere sostituite dalla pratica vissuta ed incarnata in ciascun operatore e in ciascun servizio. Le linee guida possono aiutare all'inizio a far fare i primi passi e a capire il senso della svolta a 180° che consiste nel porsi come in colui che chiede aiuto all'utente invece di essere colui che, da "esperto", offre, dà aiuto. I servizi nella prospettiva del coaching dialogico sono servizi che aiutano chiedendo aiuto al proprio utente, sono di natura “protrettica” (esorativo, di promozione, di stimolo). Chi lavora sul campo, probabilmente, non fa risalire le sue difficoltà ai fondamenti epistemologici dell'approccio che applica, spesso inconsapevolmente: eppure, al cuore di queste difficoltà si trova un pre-giudizio, una credenza, una convinzione che genera la tensione con gli utenti, vale a dire le negazione della loro alterità, nascosta nel desiderio che gli utenti facciano proprie le prospettive dei professionisti e degli operatori. La mancanza di rispetto per l'alterità viene percepita proprio come una mancanza di rispetto, per quanto a fin di bene e convincenti siano le parole e le azioni scelte. Provare a cambiare la propria attività, le proprie azioni-parole(le sole cose che possiamo concretamente cambiare e controllare, almeno in parte) in modi che invitino al pensiero e all'azione congiunti può favorire delle relazioni dialogiche. L'atteggiamento dialogico e l'interesse rispettoso per il modo in cui gli altri vedono le cose, dalla loro unica posizione all'interno del mondo sociale, si irradiano anche prima di pronunciare una sola parola.
Il corso vuole formare dei professionisti che imparino a seguire il modo di vivere e il linguaggio dei loro “clienti”, siano essi persone e/o organizzazioni, completamente, interamente, senza eccezioni o pregiudizi. Non è facile. In questo sta, per noi, il vero cambiamento. Il paradosso del dialogo è nella sua semplicità e complessità allo stesso tempo. È facile come la vita ed è anche complesso, proprio come la vita. Ma il dialogo, come sostiene Bachtin (1984) è qualche cosa da cui non possiamo fuggire perché il dialogo è la vita stessa:
“... L'autentica vita umana è il Dialogo Aperto. La vita nella sua reale natura è dialogica. Vivere significa partecipare nel dialogo: chiedere, rispondere, essere d'accordo e molto altro... Nel dialogo la persona partecipa interamente e attraverso la sua intera vita: con i suoi occhi, le sue labbra, le sue mani, la sua anima, il suo spirito, con tutto il suo corpo e tutta la sua mente; investe tutta se stessa nel discorso e questo discorso entra nella fabbrica dialogica della vita umana”.

Il coaching
Il Coaching si inserisce come elemento di rottura di quel circolo vizioso fatto di: "non posso", "è difficile", "per me è diverso", ecc... che porta quasi inevitabilmente all'immobilismo. Attraverso le tecniche di cui è in possesso, il Coach sposta l'attenzione del cliente (coachee) sull'analisi della realtà, sulle opzioni di scelta e sul piano d'azione per raggiungere l'obiettivo desiderato. Ma non solo.
Il Coach rafforza i meccanismi che stimolano il cliente all'azione, gli fa prendere consapevolezza delle risorse di cui dispone e ne celebra i successi, aumentandone la fiducia e l'efficacia delle azioni.
Il Coaching funziona perché permette al cliente, sia esso persona sia organizzazione complessa, di cambiare il suo dialogo interno e il dialogo con gli altri, ristrutturandolo e rendendolo consapevole dei suoi valori, permette di scoprire il senso delle proprie azioni, scelte, decisioni, fa scoprire la realtà trasformativa delle parole ed è funzionale al raggiungimento dei suoi obiettivi. Con questo nuovo dialogo interno, non solo le interferenze vengono annullate, ma i pensieri del cliente fungono da propellente che spinge la prestazione anche oltre il potenziale iniziale percepito, innescando un circolo virtuoso azione-successo-azione.
Quanto detto sul "perché" il coaching funzioni, risolve anche un altro dubbio molto diffuso tra chi si avvicina per la prima volta a questa disciplina: Come si può fare coaching a qualcuno senza essere competenti nella materia specifica su cui sta lavorando e per la quale vuole raggiungere degli obiettivi?.
Partendo da quanto affermato risulta abbastanza evidente in quale ambito il Coach debba essere realmente competente. Non spetterà a lui infatti definire quale sarà il nuovo dialogo interno del suo cliente, perché sarà lui stesso a costruirselo. La competenza del Coach sarà quella di metterlo nelle condizioni di lavorare in modo costruttivo sui suoi pensieri e, di conseguenza, sulle azioni che intraprenderà per raggiungere il risultato desiderato. Compito del coach sarà quello di accompagnare e stimolare i propri coachee ad uscire dalla propria “zona di confort” al fine di favorire nuovi apprendimenti e l'acquisizione di nuovi punti di vista.
Il principio di funzionamento rimane lo stesso anche nel caso del Team Coaching, per il quale si aggiunge qualche complessità in più. Un Team di lavoro può essere interpretato come un gruppo di persone singole che lavorano insieme oppure come un organismo unico formato di più parti: i suoi membri. Se si utilizza questa seconda chiave di lettura, si ammette implicitamente che il Team nel suo insieme abbia un'identità propria e quindi un suo dialogo interno che, a differenza del caso di un individuo singolo, è esplicito ed è composto dalle conversazioni tra i membri del gruppo. Un dialogo palese rappresenta una facilitazione solo apparente, perché questo coinvolge nuove variabili, come: le relazioni personali tra i membri, il loro grado di coinvolgimento, il tipo di "transazioni" (per dirla come Eric Berne) che si instaurano tra loro, la gerarchia formale e quella di fatto, la cultura aziendale, il momento di sviluppo che sta vivendo il Team e lo stile di leadership.
Tutto questo senza dimenticare che i membri restano comunque anche individui singoli con il loro proprio dialogo interno, che influirà sulla prestazione di loro stessi come singoli e sulla loro capacità di interagire con il Team.
Un Coach preparato è in grado di agire in tutta questa complessità accompagnando il Team nello sviluppo di proprie dinamiche dialogiche virtuose. Il coach favorisce la consapevolezza dei membri della organizzazione sui valori che la contraddistinguono, sulla visione, co-costruisce un orizzonte di senso comune ed è anche funzionale al raggiungimento dell'obiettivo. Nel contempo stimola il Team a diventare il Coach di ogni singolo elemento e a "prendersi cura" del dialogo interno di ciascuno, creando un clima di fiducia e costruendo un ambiente dove si possa esprimere il massimo del potenziale.

Approccio dialogico integrato al coaching
E’ quindi possibile, come sostiene Stelter (2009), parlare, oggi, di un coaching di terza generazione. Coaching riflessivo e riflettente fondato sul dialogo con il coachee, sui valori e sulla costruzione di senso. La terza generazione del coaching ha il suo focus sulla co-costruzione di senso e sul riconoscimento dei valori, il “coach dialogico” può essere definito un testimone che pensa, co-agisce, è co-autore di nuove storie- narrazioni che vengono co-create nel dialogo. Assume una posizione simmetrica, pur nella dissimmetria e nella non reciprocità di posizione. Ha un atteggiamento “trasgredente”, cioè esce dallo spazio empatico per co-generare con il coachee e con i suoi collaboratori uno spazio nuovo, un altro spazio, un ultra-spazio che Bacthin definisce “exotopico”. Bachtin insiste sul carattere “trasgredente” e di exotopia del rapporto con l’altro: l’io e l’altro sono reciprocamente extralocalizzati e nessuno dei due può mettersi al posto dell’altro, può mettersi nei panni dell’altro. La comprensione rispondente presuppone, secondo Bachtin, la distanza, l’unicità, la non intercambiabilità, l’alterità, e non può mai diventare coincidenza con l’altro. “Il coaching con approccio dialogico integrato entra in uno spazio vuoto, nuovo e generativo, che Bakhtin definisce, appunto, exotopia, lo custodisce e ricerca i momenti dialogici. In questo spazio, che non è del coachee e non è del coach, ci si incontra e ci si riconosce, la reciprocità di questo riconoscimento permette il fiorire, il generare del dialogico. L’empatia permette la semina del dialogo, la fioritura dialogica avviene nell’exotopia. In certe situazioni alcuni modi di agire possono aiutare il dialogo, ma il dialogo non può essere ricondotto a nessun particolare modo di agire o tecnica, pur utilizzando strumenti dialogici coerenti con l’approccio.”